Incontro: Matriarcato a Ventimiglia (8-9-10 giugno)

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Quanto cuore metti nella vita?

E poi scoprire che le cose di cui avevi paura non esistevano se non nella tua mente. E poi scoprire cosa avresti potuto perdere a causa della paura, a quali rimpianti avresti potuto legare la tua vita, quali errori avresti potuto commettere a causa della paura. A come la paura avrebbe potuto condizionare la vita. E poi scoprire che nella vita bisogna essere leggeri come si sta nell’acqua del mare, se la paura ti afferra annaspi, anneghi, se ti lasci guidare dal cuore (coraggio significa avere cuore) allora cominci a godere della vita. E poi scoprire che la domanda più bella è: Quanto cuore metti nella tua vita? 

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Russell Means: Le donne e il Matriarcato

Un grazie particolare a Morena Luciani e all’Associazione Laima per questa video-intervista a Russel Means.

Intervista a Russell Means, Sioux, “Le donne e il Matriarcato”

L’importanza degli antenati, l’importanza di credere nel rigenerarsi continuo della vita, l’importa dell’equilibrio tra il femminile e il maschile.

“Quindi chi siamo noi? i più umili esseri sulla Terra, i più vulnerabili esseri sulla Terra che siamo ancora più fragili di un fiore? Ci sono fiori che crescono addirittura attraverso la neve, inermi, nudi. Noi non possiamo sopravvivere sulla neve nudi.”

“E’ la parte femminile di noi che insegna agli uomini come prendersi cura delle cose” … “Se non conosci la foresta, inizierai a temere la foresta, e ciò che temi, lo vorrai distruggere. Questo è il patriarcato, perchè è fuori dall’equilibrio. La prima cosa che loro temono, sono le loro donne, perchè non comprendono le donne, perchè le donne hanno questo altro senso che l’uomo bianco chiama “intuito, conoscenza sacra, quell’abilità di vedere le cose chiaramente, quell’abilità di sentire. Fino a che non conosci una donna, non saprai mai cos’è la vita. Che cos’è una società patriarcale? E’ un mondo di divinità tutte maschili: islamini, ebrei, cristiani, induisti, buddisti, hanno tutti divinità maschili. Devo ancora vederlo un uomo capace di far nascere la vita! Mi dispiace, per loro è impossibile creare!”

Ricordiamo che il matriarcato non è il sistema dove la donne “comandano”. Le donne non comandano, cercano l’equilibrio e lo mantengono.

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Madre Terra – C. Consoli

Più che mai
cullami e avvolgimi
con un caldo abbraccio
Più che mai
parlami nutrimi
madre terra

Le caldi notti di agosto
talvolta indossano un sorriso esotico
di un Africa gioiosa ed intensa
violata abusata ed offesa Materna e fiera

Più che mai
cullami e avvolgimi
con un caldo abbraccio
Più che mai
parlami nutrimi
madre terra

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V-Day raccoglie 1 miliardo di $

Il V-Day in Italia è stato espropriato del suo primordiale significato. Questa sigla è stata letteralmente rovesciata da un uomo urlante che tutti noi conosciamo per motivi puramente politici. Molto spesso, quindi, in Italia non si sa che il V-Day cade ogni anno in un giorno preciso, quello di S. Valentino, il 14 febbraio, per focalizzare l’attenzione dei più su un problema talmente diffuso che troppo spesso si confonde con la “normalità” o la “connotazione naturale” dell’uomo. Sto parlando della violenza sulle donne che solo in Italia provoca circa 150 vittime ogni anno (una donna ogni tre giorni viene uccisa per mano di quell’uomo che lei amava e da cui pensava di trovare affetto e protezione a sua volta. E voglio sottolineare che la maggior parte delle violenze che subiscono le donne in Italia sono state perpetrate da parte di uomini italiani e, ancora più sconfortante, da uomini che la donna stessa conosceva)

Ma soprattutto il V-Day nasce grazie ad una donna bellissima ed esuberante, Eve Ensler, famosa in tutto il mondo per la sua pièce teatrale “I monologhi della vagina“.
Vagina = V = V-Day

Quest’anno Eve Ensler e la sua organizzazione non profit V-Day raccoglieranno 1 miliardo di $ per lottare contro la violenza sulle donne e fermare la sua accettazione indifferente che dilaga nella società.

Mi rifiuto di rimanere a guardare mentre più di un miliardo di donne subiscono violenza nel mondo. Parteciperò al V-day il 14 febbraio 2013 in uno sciopero globale per chiedere fine alla violenza.

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Indigeni

Riporto sul mio blog questa meravigliosa intervista apparsa sul sito TEA – Trends Explorer Associated

Noioggiqui. Messaggi di salvazione dalle più antiche tribù della Terra

di Mauro Alvisi

Ho incontrato, nella pausa tra un suo viaggio e un altro, Graziella La Rosa, autrice tv e regista con un forte retroterra di formazione e attività teatrale, nella doppia veste di attrice e autrice.
Un autentico furetto iper-cinetico, che da due anni schizza per RAI da una parte all’altra del pianeta per documentare, filmare e ascoltare il grido di dolore, i moniti e la profonda gioia delle ultime popolazioni primitive, tribù millenarie capaci di una sapienza leggera, profonda e a tratti disarmante, ma lucida interprete di un pianeta di cui conoscono segni e linguaggi a noi preclusi.
Una “inviata nell’altrove” narra per immagini un’umanità remota e così reale attraverso reportage di ritualità ormai perdute o in via d’estinzione, proto-memorie collettive spesso oggetto di rimozione inconscia ma comuni a tutti.
Le ho chiesto di raccontare l’idea di salvazione di questi popoli e la loro percezione di un futuro a telecamere spente e cuore acceso, di sintetizzare le visioni dei tribali della terra nella loro diversità culturale, antropologica, sociale e religiosa. Ecco cosa ne è sorto.

Graziella, chi è un indigeno, un primitivo, un tribale?
Vorrei risponderti con il significato del nome di uno straordinario popolo che ho incontrato: gli Aborigeni d’Australia. Il popolo aborigeno che vive in tribù in quella terra dalla notte dei tempi si definisce come “persona nata in quel luogo”, in sostanza equivale ad indigeno. Se ci pensiamo in fondo siamo un po’ tutti indigeni ma in loro è forte la consapevolezza di questo innatismo e ciò che ne consegue è sorprendente.

Come fu il tuo primo impatto con le tribù?
Quando partii, due anni or sono, per realizzare questo ciclo di 12 documentari per RAI pensavo che in fondo avrei finito per ricalcare quanto gia raccontato, per didascalie, sulla tribalità, ma poi mi accorsi che nessuno ancora, nella cultura dominante con il mezzo televisivo s’era seduto davanti a loro come davanti ad un francese,un inglese. ”Finalmente venite qui a parlare con la donna, il ragazzo, il vecchio, lo sciamano, il capo villaggio” e tutto mi fu subito chiaro. Sarebbe stato un lavoro difficile per una occidentale, decisi di non interpretarli ma di testimoniare la loro profonda umanità non strutturata sul nostro piano delle percezioni e dei valori. Un viaggio con loro più che verso loro e in fondo la scoperta, l’esplorazione di sepolte capacità sensibili. Un ritorno al futuro.

Noiquioggi, intervista a Graziella La Rosa Noiquioggi, intervista a Graziella La Rosa
Foto pubblicate per gentile concessione di Graziella La Rosa, RAI

Già il futuro… che idea ne hanno questi popoli?
Non sono legati all’archetipo di tempo, così come noi lo intendiamo. Il loro tempo è un concetto relativo ,il futuro non è in loro come concetto. Futuro e passato sono in metafora due estremità di un elastico che se lasciamo andare ritornano vibrando e ricomponendosi nel presente, nel “qui ed ora”, l’unica dimensione assoluta del vivere tribale. Il futuro non è un angoscia necessitante o un bisogno, per i Vedda dello Sri Lanka, tra i più antichi popoli del mondo la foresta dove vivono è tempo e luogo. Fornisce loro alimenti, riparo, acqua, vestiti, svaghi e medicine tutto cìò che è necessario e identitario coincide. Il pensiero angosciante del domani non è presente in natura. Se si apre un conflitto su ciò che dovrà essere, viene mediato dalla figura dello sciamano. Il loro vivere in tribù non è scandito dal tempo ma si regge su un sottile equilibrio tra le forze della natura, il mondo dello spirito, il mondo sociale. Tutto questo è in pericolo di vita.

Perché?
Rischiano l’estinzione. Stanno morendo perché noi abbiamo alterato l’eco sistema. E’ una vecchia storia se pensi che già ai primi del ’900 i coloni inglesi, nel Sud dell’India, trapiantando l’Eucalypto, vera idrovora della natura, di fatto desertificarono la regione, spingendosi successivamente a deforestare l’Himalaya procurandone un’inarrestabile franare dei terreni. Le culture egemoni, il volerli educare, omologare, convertire, ne decreta la fine, una pratica, spesso benedetta, di subdolo sterminio nel nome del progresso illuminato.

Quali sono i loro valori guida sui quali desiderano l’umanità intera rifletta?
Il motore principale del loro esistere, il tessuto connettivo di questi popoli è il loro mondo interiore. Perchè un popolo vive per quello in cui si batte, quello che sogna e in cui crede. Se questo mondo interiore viene annullato e distrutto, il popolo muore. Chiudi gli occhi per un istante e pensa di doverti cimentare con un repentino sconvolgimento del tuo quotidiano. Ti viene inculcato che tutto ciò che è fondamento e valore del tuo vivere è male, immaginati la distruzione dell’arte, delle lettere, dei tuoi luoghi di culto, delle tradizioni del tuo popolo in nome di cultura e religione altra da te.
Ti si chiede di rinunciare ai tuoi principi, di andare in giro nudo per strada,di rinunciare a curarti con i farmaci, di abbandonare i tuoi usi e costumi: nel giro di poco tempo finiresti per smarrirti del tutto, cadresti nell’abisso valoriale. A questi popoli noi facciamo e abbiamo fatto questo e anche di peggio. Per ora si sono salvati solo alcune migliaia di individui sulla terra, la scienza li definisce come “non contattati”, vivono nella foresta amazzonica, nel Brasile, in Perù, non hanno ancora subito la contaminazione della nostra civiltà.

Noiquioggi, intervista a Graziella La Rosa Noiquioggi, intervista a Graziella La Rosa
Foto pubblicate per gentile concessione di Graziella La Rosa, RAI

Quindi il primo messaggio è proteggete il vostro mondo interiore non smarritelo in nome di ideologie, tecnologie e filosofie aliene alle vostre speranze e ai vostri sogni,battetevi per questo valore necessario?
Si, a patto di ricercare e condividere collettivamente questi valori di legame, ciò che unisce un popolo nel rispetto della natura ne decreterà la salvezza.

E gli altri valori guida?
La famiglia allargata. Posseggono un grandissimo senso della famiglia, come famiglia allargata e il profondo appartenere a una comunità. Un bambino che nasce è del villaggio e di chi se ne occupa. Basta andare indietro nel tempo alla nostra Italia del dopoguerra e fino agli anni ’60 per ritrovare questo modo “tribale”di vivere la famiglia, il quartiere. Come dimenticare, per chi li ha vissuti, i tempi di un’infanzia trascorsa tra le case di ringhiera, il giocare in cortile, il vivere in borgata, un vivere comunitario e solidale. I figli allora erano un po’ di tutti. Nel pensiero tribale il “mio” ed il “tuo”non esistono, esiste il “nostro”.

La natura non è mia, ne sono ospite. Essendo ospite chiedo permesso e manifesto rispetto. Prendo ciò che mi viene offerto con gratitudine. Sono consapevole di un anima sincretica della natura, come l”Anima Mundi” di Giordano Bruno, di una natura percepita quale essere vivente. Non prendo mai più del necessario e mi sforzo di ricambiare avendo la prima cura di non nuocere, di non contribuire in alcun modo alla sua rovina.

Il silenzio. Centrale è il valore del silenzio. Non parlare mai più del dovuto. Quando loro parlano sono estremamente diretti, non c’è traccia di pensieri confusi o diversamente interpretabili.

La libertà. C’è una grande libertà nel vivere in tribù, una struttura sociale più semplice consente di esprimere liberamente il proprio sé, i propri talenti mai finalizzati alla prevaricazione o al dominio su altri.

La non necessità di competere. Tutti possono essere quindi sono. Ogni persona sa chi è, senza bisogno di definirsi. In questo senso gli Aborigeni australiani sono ancora tra i popoli più incredibili della terra.

Un grande senso dell’ironia. Amano ridere, in particolar modo di noi. Ci trovano spesso ridicoli, nel nostro attaccamento alle cose, nel nostro aver fretta, nel volere un appuntamento, nel tenere agende e diari,ridono spesso del nostro iper produrre domande e pensieri. Il popolo Himba in Namibia, soffre molto ed è molto ostile verso l’uomo bianco. Una loro guida che aveva studiato e parlava l’inglese mi accompagnava nei tragitti e percorsi di ripresa. Cercavo di spiegargli del mio bisogno d’immagini da girare per raccontare la tribù, spiegandone le motivazioni ed il perché tecnico, lui mi guardava e sbottando a ridere se ne usci chiosando ”basta con tutte queste parole, voi bianchi parlate e pensate troppo”. Aveva capito in un istante quello che volevo, ma è così: abbiamo un terribile bisogno di spiegare, è un nostro problema, anzi è il nostro problema.

La semplicità. Un esempio pratico: una sera dopo cena nel deserto pur mangiando di gran lena e appetito avanzammo un po’ di tutto, patate, la pasta, il pollo, del pane. All’improvviso, come sbucassero dal nulla, compaiono tre uomini di una tribù vicina, chiedono di poter mangiare,e noi gli si prepara il piatto. La nostra guida ci blocca, prende tutte le pietanze avanzate e le versa in un’unica pentola, poi la porge loro sulla sabbia. All’istante i tre iniziano a mangiare tranquillamente attingendo con le mani dall’unico contenitore il pastone casualmente amalgamato. E noi secondo educazione a redarguire la guida “Non si trattano i neri come bestie” e rincarando la dose “Ogni essere ha diritto al suo piatto, è questione di rispetto e dignità umana”. Condite il tutto con l’orrore italiano di mischiare cibi diversi in un’unica brodaglia,gettata in una ciotola per cani. Risultato: la guida Himba attacca a ridere di gran gusto e trova il tempo di dirci: “Nello stomaco il cibo è tutto uguale perché vi preoccupate cosi tanto?”.
Dobbiamo risalire ai nostri cari vecchi delle campagne per ritrovare questa simile saggezza della semplicità diretta, non costruita.

La tolleranza religiosa. I primi missionari che giunsero presso le popolazioni tribali vennero accolti con curiosità e naturalezza nella gran parte dei casi. Questa gente non distingueva la differenza della deità. Per loro Dio è Dio al di là del credo monoteista o politeista. Un capo Penan (tribù della Malesia) che incontrai per un intervista in Svizzera, mentre eravamo a pranzo, per esemplificarmi questo concetto, ad un tratto prese un coltello, lo sollevò in aria ed iniziando a rotearlo lentamente mi disse: ”Vedi, se lo giro può riflettere oggetti ed ambienti diversi, ma il coltello è sempre lo stesso”. Con questo esempio ci spiazzò letteralmente, traducendo nella breve sintesi aneddottica montagne di dialoghi ecumenici.

Il senso sereno della morte. Non hanno paura di morire perché accettano la vita, con tutti i suoi più e i suoi meno, nel suo naturale fluire quasi di un corso d’acqua che tende al mare. Di conseguenza non hanno nemmeno paura di vivere e tanto meno di invecchiare.

Noiquioggi, intervista a Graziella La Rosa Noiquioggi, intervista a Graziella La Rosa
Foto pubblicate per gentile concessione di Graziella La Rosa, RAI

Non temono né la morte né la vita, quali sono allora le loro paure?

La cultura dominante che uccide i loro valori spesso subdolamente (di questo hanno una grande paura).

I grandi animali dei quali hanno paura e un rispetto ancestrale (gli elefanti, i gorilla etc).

I Rangers dei parchi perché alcuni di questi li ammazzano,li molestano, li sottopongono ad ogni tipo di maltrattamento e sopruso, li privano della libertà arrestandoli per futili motivi. Sono uomini spesso della loro stessa razza, che considerano la gente tribale come involuta, degli inferiori su cui sfogare le proprie frustrazioni.

Le multinazionali responsabili dello scempio compiuto sulla natura sacra in nome di un profitto cieco e non sostenibile nel lungo periodo. Macchine da guerra dell’impero dei consumi,prive di ogni scrupolo e dotate spesso di un cinismo assassino.

Le riserve in cui sono stati da sempre confinati, mondi posticci in cui non si riconoscono, istituzioni coercitive causa di devastazioni psichiche profonde che conducono frequentemente ad atti disperati di suicidio collettivo.

Le facili e fatue promesse del tipo di quelle di alcune organizzazioni mondiali e nazionali di tutela dell’ambiente che dicono di battersi per la tutela del popolo tribale che vi risiede, per poi tradirne la volontà o dimenticarne le grida d’aiuto

C’è chi ritiene il catastrofismo una moda e chi un’inevitabile conseguenza della noncuranza dei mali e delle minacce che affliggono e incombono sul pianeta. I popoli tribali, così intimamente connessi all’ambiente, percepiscono pericoli per il futuro della Terra?
Si, ne sono certamente consapevoli. Molti di loro si sono ribellati alle multinazionali, alle industrie del legno,agli stati che tolgono loro la terra ed ai coloni insediati nel territorio indigeno come avanguardie degli stati stessi.
Hanno innate ed esoteriche capacità di anticipare i disastri e le catastrofi, conoscono l’atavico linguaggio con cui la terra ci parla. Questo diritto alla premonizione ambientale viene di fatto a loro negato, alienato. Questa gente possiede una sorta di coscienza cosmica ereditata per via cromosomica quasi. Una sorta di database naturale della memoria sensibile di ogni cosa vivente sul pianeta. Per questo nessuno quanto loro percepisce il grado di alterazione dell’eco sistema.
Una tribù d’indiani d’America, in una piccolissima isola dell’arcipelago di Vancouver, nei primi anni ’80 si era appellata alle istituzioni preposte denunciando come “le multinazionali del pesce praticassero una pesca indiscriminata di salmoni nelle loro acque profetizzando, al continuare di tale pratica, un disastro naturale entro un numero precisato di anni,insieme alla scomparsa del pesce. Diventarono oggetto di scherno e di gustosi aneddoti da parte della società civile. Di li a pochi anni il loro inascoltato appello si tradusse in catastrofe.
Più entrano in contatto con la nostra civiltà, più ne assumono i costumi, i consumi e gli stili di vita e più finiscono con l’impoverire lo straordinario potenziale interpretativo della natura e dei suoi fenomeni, una sensibilità che stiamo condannando all’estinzione la loro. A volte la stolta cecità produce perfino di peggio.

Gli Ayoreo del Paraguay hanno subito una dominazione recente da parte dei Mennoniti (comunità protestante di origine tedesca), i quali, dopo, aver sottratto loro la terra, motivando l’agire per fini di sussidio economico alla tribù, per pochi spiccioli li costringono a tagliare le foreste, piegandoli a una produzione ottocentesca del carbone. Li obbligano così a suicidare i propri valori, non ascoltano minimamente i loro moniti di un’imminente sconvolgimento naturale, costringendoli ad un’inutile sopravvivenza, che toglie qualsiasi futuro alle nuove generazioni. Si sono risoluti (dignità di un popolo) a combattere i Mennoniti con frecce ed armi rudimentali, cercando solidarietà ed appoggio dei propri diritti. Un capo Ayoreo ebbe a dirmi: ”I Mennoniti sono cristiani ,pertanto pensammo subito non potessero farci alcun male secondo i principi del loro Dio e in principio ci siamo fidati”.

Noiquioggi, intervista a Graziella La Rosa Noiquioggi, intervista a Graziella La Rosa
Foto pubblicate per gentile concessione di Graziella La Rosa, RAI

Esiste, per quanto ha potuto cogliere, una sorta di loro ricetta di salvazione del pianeta allo stato attuale?
Certamente consiste nel non fare niente di così speciale ma:
• Non entrare in alcune aree del pianeta, considerarle off limits allo sfruttamento
• Non manipolare situazioni ed altri esseri per propri fini, sia bassi che alti
• Lasciare che alcune aree polmone del mondo vengano gestite da questi “custodi della natura” così come la natura sa prendersi ben cura di se stessa.
• Rispettare le culture di tutti.
• Migliorare le condizioni e la qualità della vita e la salute.
• Dare un futuro ai propri figli. Farli studiare con la precisa missione che un nativo, un indigeno possa incidere con la propria cultura e sapienza millenaria tramandata sulle coscienze degli uomini e sul futuro del mondo. Perché ciò possa avverarsi occorre metabolizzare la civiltà dominante assorbendone lo stretto necessario, con i tempi tribali di assimilazione, con un moto lento e costante, il suono sordo dell’universo.

Come interagiscono questi popoli con le icone pilastro della nostra quotidianità, come la TV e i media, la velocita, l’educazione dei figli, il lavoro, il divertimento, il sesso, il potere, le leggi e i loro codici?
La TV ed i media. Molti di loro non sono interessati alla televisione, altri si, come l’ambasciatore mongolo in Italia: “Noi nomadi oggi con la TV possiamo sapere cosa accade nel resto del mondo”. Non sono i film, le fiction o i programmi d’intrattenimento a destare il loro interesse ma il conoscere altre culture. Sono curiosi del mondo, di confrontarsi, di scambiare esperienze. Per un buon numero di queste popolazioni i media non esistono o non sono desiderati.

La velocità (la fretta). L’importante è arrivare senza fretta, ma al contempo sono velocissimi, non perdono tempo. Quello che sanno fare lo fanno bene e veloce. Possiedono varie abilità cui aggiungono notevoli riflessi mentali e fisici.

L’educazione dei figli. E’ molto curata. Vi è molto amore per i figli, in modo sereno, senza proiettare su terzi frustrazioni e aspettative. I figli sono comunitari e l’anziano è ancora l’educatore.

Il lavoro. Non esiste come noi l’intendiamo, non fa parte della cultura indigena. Esiste il fare ciò che è necessario. Non c’è un secondo fine, c’è la vita.

Il divertimento. E’ tanto, collettivo e semplice. Cantano, danzano, ridono e purtroppo si danno molto all’alcool.

Il sesso. Hanno con il sesso un rapporto sereno,ludico seppure minacciato dalle culture altre. La donna è al centro di un alto rispetto,il concetto di “femminino sacro” è praticato in modo ancestrale e nella donna vi è un rapporto quasi sacerdotale e animale con la maternità.

Il potere. Esiste il capo carismatico ma è coordinatore delle esigenze del villaggio, totalmente al servizio della propria comunità. La tribù può destituirlo qualora non dimostri di occuparsi con diligenza e risultati tangibili delle necessità di tutti.

Il caso del popolo Innu. In questa tribù, prima che il governo canadese e le multinazionali ne compromettessero l’esistenza psichica e spirituale con una campagna scellerata di omologazione, il capo era il più abile dei cacciatori, poteva condividere le prede con gli altri componenti della tribù e provvedeva lui stesso alle famiglie più deboli, sempre supportato dallo sciamano/a il ponte in terra con l’altro mondo, una sorta di manager sensitivo del popolo, l’unico a sedere nel “consiglio degli spiriti”, per dirla all’occidentale.

Le leggi/il loro codice. Sono poche, essenziali ma ferree. Le sanzioni per i trasgressori esistono anche se vengono applicate dopo una lunga serie di avvertimenti, nel segno compassionevole di una tolleranza educativa più che punitiva. Si reggono spesso su princìpi morali nettamente diversi dai nostri attuali. Ad esempio il salutare e rispettare le persone anziane. Se qualcuno passa in un villaggio e non saluta tutti è considerato “malato”, qualcuno che ha bisogno di cure.

Noiquioggi, intervista a Graziella La Rosa Noiquioggi, intervista a Graziella La Rosa
Foto pubblicate per gentile concessione di Graziella La Rosa, RAI

Regna sovrana la confusione nei nostri paesi industrializzati, usiamo parlare, parlare, scrivere enciclopedie e arricchire interi dizionari ogni giorno con neologismi, ovvero abbiamo molti termini per dire la stessa cosa, mentre i popoli tribali hanno spesso un solo termine per significarne cento. Sono in una parola geniali. Il genio – diceva Einstein – è colui che semplifica, perché profondamente conosce”. Sono ancora di più: una testimonianza vivente del paradiso terrestre da cui siamo stati cacciati, il meglio di ciò che abbiamo perduto. Questo ricordarcelo li rende insopportabili ai più e ne giustifica la cancellazione, come un oblio del sé collettivo.
Ci resta forse ancora un istante cosmico per dare spazio ai loro dettami spirituali, per ascoltare gli avvertimenti di questi grandi fratelli dello spirito terrestre contrapposti alle grandi sorelle dell’impero dei consumi che, apparentemente deboli, ma forti custodi di un sapere millenario sanno ancora parlare con la terra e con l’anima, possono di nuovo portarci in salvo.

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Culture Indigene di Pace a Torino

Il 16-17-18 marzo 2012 a Torino si terrà la conferenza internazionale sulle culture di pace matrifocali ancora esistenti su questo pianeta.

Tre giorni di conferenze, workshop ed eventi a confronto con le Società di Pace tuttora esistenti, esempi di una collettività egualitaria dove non esistono forme di violenza su donne e bambini, né tantomeno la guerra.

IMPORTANTE: le iscrizioni ai workshop chiudono il 15 febbraio 2012. I posti sono limitati, quindi affrettatevi! 🙂 Costo 50€

Potete trovare maggiori informazioni sul sito dell’Associazione Laima (http://www.associazionelaima.it/) che ha curato l’organizzazione del convegno.
Potrete trovare anche un’accomodazione per il pernottamento presso le sistemazioni convenzionate.

L’evento è sostenuto da Tides Foundation, e patrocinato dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Torino e dalla Commissione Pari Opportunità della Regione Piemonte.
È stato realizzato grazie alle donazioni private e a una rete di persone che da anni s’impegnano a studiare e produrre nuovi e più equi modelli di esistenza. Non ha ricevuto finanziamenti pubblici.

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